29.5.13

Respiro




Questa è una lettera scritta da una maestra. La maestra si chiama Margherita Aurora, e vive e lavora a Copparo, uno dei paesi dell'Emilia colpiti l'anno scorso dal terremoto.

E' il suo personale modo di ricordare quelle ore, vissute in classe con i suoi bambini.
Una testimonianza di coraggio e di affetto che vale la pena leggere e far leggere.

"Avevo appena assegnato un lavoro, leggero ma silenzioso, per avere quei preziosi minuti a disposizione per sistemare il registro. 
Le pratiche burocratiche quotidiane mi sono sempre state strette e a fine anno arrivo a detestarle, in quanto reiterate per nove mesi. 
Sulla cattedra due grandi borse piene di opuscoli, pronti per essere distribuiti: riportano i copioni dello spettacolo teatrale che si è tenuto un paio di settimane fa e che i bambini hanno interpretato benissimo, rendendomi, come spesso accade, orgogliosa di loro e conseguentemente di me. 
Si sente un tuono in lontananza, che non riesco a definire: un brontolio sommesso, un tir che passa, un russare pesante, poi mi gira fortissimo la testa e inizia a tremare tutto. 
Il mio sguardo si fissa sui ragazzi, che sgranano gli occhi, increduli, trattenendo il fiato. 
Incrocio Matteo, il mio biondissimo dirimpettaio, che nelle iridi blu ha un interrogativo: che si fa? Dico perentoria: “Sotto i banchi!” e loro ubbidiscono, rapidissimi, senza alcuna discussione, fidandosi ciecamente di me che ora sono il capobranco. 
Il silenzio è irreale. Qualcuno ridacchia sommesso, la reazione tipica che hanno i piccoli quando sono spaventati o vedono qualcosa di nuovo. 
Sotto la cattedra, come un generale in trincea, controllo che i miei soldatini siano tutti al riparo: c’è una specie di feritoia che mi consente di guardarli, mentre tutto continua a tremare: vedo Omaima rannicchiata, vedo Salvo che si fa piccolo nonostante sia grande quasi quanto me, vedo gli occhi sbarrati di Majda, sulla destra. Mi ripeto, come un mantra: ora finisce. 
Poi mi rendo conto che non è così e la mente inizia a pensare cose orribili: cosa accadrebbe se cadesse qualcosa, una lampada, un armadio… il silenzio urla come se esplodesse e allora sento la mia voce, come se non fossi io a parlare, rassicurare i ragazzi. “Siete stati molto veloci ad andare sotto i banchi! Bravissimi! Ora lo sapete, aspettiamo la fine della scossa e poi usciamo in cortile!” E intanto, tutto trema, ancora. 
Almeno 15 secondi, lunghissimi. Provate a contare fino a 15, poi capirete. 
Gli arredi vanno su e giù, avanti e indietro, senza sosta, mentre il rumore continua sommesso e i nostri respiri si fanno più pesanti e trafelati. 
La mia mente va a mio figlio, in sede, una scuola che ha più di cent’anni e lui è in un’aula in mezzo al corridoio, spero che riesca ad uscire subito, indenne. 
Mi assale la nausea, mi gira vorticosamente la testa. 
I bambini si aspettano che io sia forte e in questo momento decido coscientemente di interpretare questo ruolo, quindi lo sarò, ma dentro ho paura. Per la prima volta, nella mia vita, ho paura di morire. 
Molto lentamente i sobbalzi diminuiscono, suona una campana in lontananza, io dico decisa “Fila d’ordine!” e subito tutti sgusciano fuori da sotto i banchi, e in un secondo sono in fila, Martina ha pure il tempo di ricordarmi di prendere il registro, che peraltro è già tra le mie mani. 
Ci avviamo spediti verso la scala antincendio e la scendiamo dalla parte interna, così come previsto dal piano di evacuazione: siamo svelti, ordinati, silenziosi. Ventuno piccoli soldatini ninja, i gradini di ferro non rimbombano sotto i nostri piedi. 
Mentre scendo l’aria fresca ed il sole sul volto mi iniettano una dose di realtà dopo l’esperienza quasi onirica che ho appena vissuto in aula, e temo che capiti qualcosa ora, nel momento di maggiore vulnerabilità. 
Temo che ci sia una nuova scossa e la scala ceda accartocciandosi come un foglio d’alluminio, che qualcuno inciampi, che escano all’improvviso quelli delle medie e ci spintonino, presi dal panico. 
Ma non accade. Tocchiamo terra, tutti sani e salvi. 
Mi rendo conto solo ora che il cuore batte come un tamburo nel petto, ne sento il rimbombo nelle orecchie, respiro affannosamente. 
I bambini, finora silenziosi, iniziano a parlare a voce altissima e, uno dopo l’altro, si mettono a piangere. Li distraggo facendo loro mille complimenti su come si siano comportati correttamente. 
Li svio facendo l’appello. Tento di distoglierli dicendo che possono giocare un po’ sul prato. Niente da fare, hanno paura. 
Allora faccio quello che mi sento, cioè li consolo, li abbraccio uno ad uno, a gruppi, a coppie. Dico loro quelle paroline dolci che vorrei, in questo momento, qualcuno dicesse ai miei figli, i miei due bambini di cui non so nulla, ancora. 
E finalmente ecco, si sciolgono, si rasserenano. 
Nel frattempo mi dicono che in sede è andato tutto bene, che i miei figli sono al sicuro. 
Guardo le colleghe, stravolte, schiacciate dal peso della responsabilità sulla vita dei nostri alunni. 
Non sono passati che cinque minuti e i primi genitori arrivano correndo. 
La testa non si ferma ancora, gira che è una meraviglia, ma sotto questo profumato sole di maggio finalmente so che alla fine siamo salvi, che nulla di grave è accaduto a me o ai miei cari. 
E sento, forte dentro di me, la consapevolezza che il primo TG che vedrò mi parlerà di morti e rovine. 
Ma io sono qui, viva. 
Non so quanto tempo dovrà passare perché queste sensazioni e queste paure mi abbandonino. 
Respiro."

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