Un bell'articolo su Dschola del collega Mattia Davi, che mi trova pienamente d'accordo.
Pensieri, parole, opere, e soprattutto omissioni (Mi piace l’ordine, ma non sono praticante)
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2.4.20
12.2.18
Le 10 regole per una scuola distesa

Un bellissimo articolo, di qualche anno fa ma estremamente attuale. Perchè le idee belle sulla scuola non hanno età.
http://scuoladivita.corriere.it/2014/10/03/manifesto-per-una-slow-school-le-10-regole-per-una-scuola-distesa/
27.12.17
Educazione digitale
Un articolo uscito sul settimanale Origami de La Stampa, con alcune mie riflessioni.
http://www.lastampa.it/2017/12/08/speciali/origami/ma-gli-insegnanti-devono-impossessarsi-dei-linguaggi-di-facebook-e-dei-social-kk8b28TKuZIe8dVJf5amvO/premium.html
7.12.17
Secondo articolo su Geografia e tic sulla rivista "Fare l'insegnante"
Sul numero 3 della rivista “Fare l’insegnante” è uscito il mio secondo articolo dedicato alla geografia nella scuola primaria, e ci sono due “omaggi” alla cittadina di Grugliasco: il riferimento al blog dei bambini e un cuore con tutte le parole che i bimbi hanno legato alla loro citta’
(Il blog è http://grugliascopernoibambini.blogspot.it/?m=1)
23.11.17
Un articolo sul Portale Siete pronti a navigare e sull'uso della rete nella scuola primaria
Quattro pagine dedicate a un’intervista che mi hanno fatto, dedicata al Portale “Siete pronti a navigare?” e al tema dell’uso della rete nella scuola primaria.
Su “La Ricerca”-n.13 -novembre 2017 - Edizioni Loescher.
(da pagina 66 a pag 69)
Molto contenta:-)
Dopo tante brutte vicissitudini il Portale merita un bel riconoscimento:-)
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18.9.17
Insegnare geografia nella primaria: mani in pasta e itc
Sulla rivista "Fare l'insegnante" n°1
E' uscito il primo dei miei tre articoli dedicati alla didattica della geografia nella scuola primaria.
http://
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23.9.15
Digitale e didattica: la formazione dei docenti
Ecco fresco fresco l'ultimo numero della rivista Bricks.
Tra i tanti interessanti interventi anche un mio articolo sulla formazione dei docenti in corsi dedicati a scienze e Tic.
http://bricks.maieutiche.economia.unitn.it/?page_id=6118
Buona lettura!
11.7.14
Ecco la mappa degli insegnanti nella rete fatta da una maestra 2.0
Un bell'articolo scritto da Giulia Lotti, appassionata di Marketing Digitale e Social Media, da sempre immersa nel mondo dell'innovazione e delle nuove tecnologie. Esperta di Realtà Aumentata e sistemi interattivi.che ringrazio davvero.
Qui l'articolo tradotto in lingua inglese
16.6.14
Insegnanti nella rete: Il Sole 24 ore parla anche di noi
Un articolo uscito ieri su Il Sole 24 ore elenca alcuni gruppi di docenti in rete: tutti gruppi amici, ma mi fa molto piacere sia citato il mio "insegnanti" e "Bricks" che mi vede tra i redattori:-)
26.2.14
Scuola digitale, i migliori casi italiani
Un articolo su Agenda digitale scritto da Luca Indemini, che mi aveva intervistata telefonicamente qualche tempo fa.
Fa quel che può...
Un articolo su Insegnare (rivista del centro di iniziativa democratica degli insegnanti) sulla celebre frase del maestro Manzi in cui viene citato anche il mio intervento su Spicchi di Limone.
3.7.13
Ogni bambino nasce gemello, quello che è e quello che vuole essere
Ho trovato questo testo, lo dedico ai miei allievi di ieri, di oggi, di domani.
Sabato, nell'Aula Magna del Liceo Visconti di Roma una grande emozione, con gli studenti e i prof che recitano i Drammi Didattici di Brecht. Io, invitato ad intervenire con una lettura, ho rielaborato un vecchio pezzo. Grande emozione.
"Come due gocce d'acqua"
Non sono tempi facili. E non sarà un futuro facile per nessuno. Non per noi professori da anni nella scuola, di fronte all’impresa di fare una buona scuola con strumenti sempre più poveri. Sarà difficile soprattutto per quelli di noi che sono più giovani, nemmeno sicuri di avere un futuro nella scuola.
Ma soprattutto non sarà un futuro facile per voi, ragazzi, che passate tra i banchi di scuola il periodo forse più difficile e contraddittorio della vostra vita.
Io insegno chimica. L’anno scorso in laboratorio, un mio alunno che attraversava un brutto momento stava cancellando qualcosa che aveva scritto sul banco di porcellana. Feci in tempo a leggere le sue parole prima che ne facesse sparire ogni traccia:
“Ogni bambino nasce gemello, quello che è e quello che vuole essere”.
Bellissima frase, con quell’immagine di sdoppiamento della persona che rende conto della lacerazione che si produce in noi quando bisogna decidere quali domande dobbiamo porci, su quali strade incamminarci, cosa chiedere al nostro futuro.
Io mi sento solo di darvi un consiglio: prendete tempo, prendetevi tutto il tempo necessario a sentir crescere in voi le risposte. Se le domande sono ben poste, se saprete scegliere quelle che smuovono il vostro profondo, da quelle profondità lentamente torneranno a galla.
Non abbiate fretta di leggere il vostro futuro, ma soprattutto, non permettete a nessuno di farlo per voi.
Accettate la fatica che si fa nello scoprirsi piano piano, vincendo la fretta di definirsi una volta per tutte. Chiedete alla vostra scuola di farvi indossare tutti i panni degli adulti per vedere in quali vi trovate più a vostro agio, come si fanno i piccoli quando frugano nell’armadio della mamma e del babbo.
Se poi vi sentite impotenti di fronte a un mondo che vi sta rubando il sacrosanto diritto ad un futuro desiderabile, fate di quella rabbia il motore di un cambiamento che cominci da subito. Da ora. Perché nel futuro troverete solo quello che avrete costruito nel presente. Grazie anche alla scuola, ma soprattutto grazie al vostro impegno.
Probabilmente troverete qualche cattivo maestro che vi consiglierà di non perdere tempo a cercare le vostre domande; vi dirà che conosce già le migliori risposte per voi. Magari vi vorrà anche spiegare cosa potete essere da grandi: non ascoltatelo. Aspettate a scoprire da soli cosa volete essere.
Se ogni bambino nasce gemello, allora prendetevi molta cura del vostro. Se per ora lo vedete molto diverso da voi non vi preoccupate: i suoi lineamenti sono ancora troppo poco definiti per giudicare. Intanto tenetelo in classe, vicino di banco. Deve studiare per crescere, lui come voi.
E se alla scuola chiederete di guidarvi nella costruzione delle giuste domande; se avrete la pazienza di attendere che le risposte vi salgano agli occhi; allora un giorno vi capiterà di voltarvi verso il vostro gemello e vi accorgerete di quanto adesso vi somigliate.
Finalmente, come due gocce d’acqua.
Giuseppe Bagni
Sabato, nell'Aula Magna del Liceo Visconti di Roma una grande emozione, con gli studenti e i prof che recitano i Drammi Didattici di Brecht. Io, invitato ad intervenire con una lettura, ho rielaborato un vecchio pezzo. Grande emozione.
"Come due gocce d'acqua"
Non sono tempi facili. E non sarà un futuro facile per nessuno. Non per noi professori da anni nella scuola, di fronte all’impresa di fare una buona scuola con strumenti sempre più poveri. Sarà difficile soprattutto per quelli di noi che sono più giovani, nemmeno sicuri di avere un futuro nella scuola.
Ma soprattutto non sarà un futuro facile per voi, ragazzi, che passate tra i banchi di scuola il periodo forse più difficile e contraddittorio della vostra vita.
Io insegno chimica. L’anno scorso in laboratorio, un mio alunno che attraversava un brutto momento stava cancellando qualcosa che aveva scritto sul banco di porcellana. Feci in tempo a leggere le sue parole prima che ne facesse sparire ogni traccia:
“Ogni bambino nasce gemello, quello che è e quello che vuole essere”.
Bellissima frase, con quell’immagine di sdoppiamento della persona che rende conto della lacerazione che si produce in noi quando bisogna decidere quali domande dobbiamo porci, su quali strade incamminarci, cosa chiedere al nostro futuro.
Io mi sento solo di darvi un consiglio: prendete tempo, prendetevi tutto il tempo necessario a sentir crescere in voi le risposte. Se le domande sono ben poste, se saprete scegliere quelle che smuovono il vostro profondo, da quelle profondità lentamente torneranno a galla.
Non abbiate fretta di leggere il vostro futuro, ma soprattutto, non permettete a nessuno di farlo per voi.
Accettate la fatica che si fa nello scoprirsi piano piano, vincendo la fretta di definirsi una volta per tutte. Chiedete alla vostra scuola di farvi indossare tutti i panni degli adulti per vedere in quali vi trovate più a vostro agio, come si fanno i piccoli quando frugano nell’armadio della mamma e del babbo.
Se poi vi sentite impotenti di fronte a un mondo che vi sta rubando il sacrosanto diritto ad un futuro desiderabile, fate di quella rabbia il motore di un cambiamento che cominci da subito. Da ora. Perché nel futuro troverete solo quello che avrete costruito nel presente. Grazie anche alla scuola, ma soprattutto grazie al vostro impegno.
Probabilmente troverete qualche cattivo maestro che vi consiglierà di non perdere tempo a cercare le vostre domande; vi dirà che conosce già le migliori risposte per voi. Magari vi vorrà anche spiegare cosa potete essere da grandi: non ascoltatelo. Aspettate a scoprire da soli cosa volete essere.
Se ogni bambino nasce gemello, allora prendetevi molta cura del vostro. Se per ora lo vedete molto diverso da voi non vi preoccupate: i suoi lineamenti sono ancora troppo poco definiti per giudicare. Intanto tenetelo in classe, vicino di banco. Deve studiare per crescere, lui come voi.
E se alla scuola chiederete di guidarvi nella costruzione delle giuste domande; se avrete la pazienza di attendere che le risposte vi salgano agli occhi; allora un giorno vi capiterà di voltarvi verso il vostro gemello e vi accorgerete di quanto adesso vi somigliate.
Finalmente, come due gocce d’acqua.
Giuseppe Bagni
29.5.13
Respiro
Questa è una lettera scritta da una maestra. La maestra si chiama Margherita Aurora, e vive e lavora a Copparo, uno dei paesi dell'Emilia colpiti l'anno scorso dal terremoto.
E' il suo personale modo di ricordare quelle ore, vissute in classe con i suoi bambini.
Una testimonianza di coraggio e di affetto che vale la pena leggere e far leggere.
Le pratiche burocratiche quotidiane mi sono sempre state strette e a fine anno arrivo a detestarle, in quanto reiterate per nove mesi.
Sulla cattedra due grandi borse piene di opuscoli, pronti per essere distribuiti: riportano i copioni dello spettacolo teatrale che si è tenuto un paio di settimane fa e che i bambini hanno interpretato benissimo, rendendomi, come spesso accade, orgogliosa di loro e conseguentemente di me.
Si sente un tuono in lontananza, che non riesco a definire: un brontolio sommesso, un tir che passa, un russare pesante, poi mi gira fortissimo la testa e inizia a tremare tutto.
Il mio sguardo si fissa sui ragazzi, che sgranano gli occhi, increduli, trattenendo il fiato.
Incrocio Matteo, il mio biondissimo dirimpettaio, che nelle iridi blu ha un interrogativo: che si fa? Dico perentoria: “Sotto i banchi!” e loro ubbidiscono, rapidissimi, senza alcuna discussione, fidandosi ciecamente di me che ora sono il capobranco.
Il silenzio è irreale. Qualcuno ridacchia sommesso, la reazione tipica che hanno i piccoli quando sono spaventati o vedono qualcosa di nuovo.
Sotto la cattedra, come un generale in trincea, controllo che i miei soldatini siano tutti al riparo: c’è una specie di feritoia che mi consente di guardarli, mentre tutto continua a tremare: vedo Omaima rannicchiata, vedo Salvo che si fa piccolo nonostante sia grande quasi quanto me, vedo gli occhi sbarrati di Majda, sulla destra. Mi ripeto, come un mantra: ora finisce.
Poi mi rendo conto che non è così e la mente inizia a pensare cose orribili: cosa accadrebbe se cadesse qualcosa, una lampada, un armadio… il silenzio urla come se esplodesse e allora sento la mia voce, come se non fossi io a parlare, rassicurare i ragazzi. “Siete stati molto veloci ad andare sotto i banchi! Bravissimi! Ora lo sapete, aspettiamo la fine della scossa e poi usciamo in cortile!” E intanto, tutto trema, ancora.
Almeno 15 secondi, lunghissimi. Provate a contare fino a 15, poi capirete.
Gli arredi vanno su e giù, avanti e indietro, senza sosta, mentre il rumore continua sommesso e i nostri respiri si fanno più pesanti e trafelati.
La mia mente va a mio figlio, in sede, una scuola che ha più di cent’anni e lui è in un’aula in mezzo al corridoio, spero che riesca ad uscire subito, indenne.
Mi assale la nausea, mi gira vorticosamente la testa.
I bambini si aspettano che io sia forte e in questo momento decido coscientemente di interpretare questo ruolo, quindi lo sarò, ma dentro ho paura. Per la prima volta, nella mia vita, ho paura di morire.
Molto lentamente i sobbalzi diminuiscono, suona una campana in lontananza, io dico decisa “Fila d’ordine!” e subito tutti sgusciano fuori da sotto i banchi, e in un secondo sono in fila, Martina ha pure il tempo di ricordarmi di prendere il registro, che peraltro è già tra le mie mani.
Ci avviamo spediti verso la scala antincendio e la scendiamo dalla parte interna, così come previsto dal piano di evacuazione: siamo svelti, ordinati, silenziosi. Ventuno piccoli soldatini ninja, i gradini di ferro non rimbombano sotto i nostri piedi.
Mentre scendo l’aria fresca ed il sole sul volto mi iniettano una dose di realtà dopo l’esperienza quasi onirica che ho appena vissuto in aula, e temo che capiti qualcosa ora, nel momento di maggiore vulnerabilità.
Temo che ci sia una nuova scossa e la scala ceda accartocciandosi come un foglio d’alluminio, che qualcuno inciampi, che escano all’improvviso quelli delle medie e ci spintonino, presi dal panico.
Ma non accade. Tocchiamo terra, tutti sani e salvi.
Mi rendo conto solo ora che il cuore batte come un tamburo nel petto, ne sento il rimbombo nelle orecchie, respiro affannosamente.
I bambini, finora silenziosi, iniziano a parlare a voce altissima e, uno dopo l’altro, si mettono a piangere. Li distraggo facendo loro mille complimenti su come si siano comportati correttamente.
Li svio facendo l’appello. Tento di distoglierli dicendo che possono giocare un po’ sul prato. Niente da fare, hanno paura.
Allora faccio quello che mi sento, cioè li consolo, li abbraccio uno ad uno, a gruppi, a coppie. Dico loro quelle paroline dolci che vorrei, in questo momento, qualcuno dicesse ai miei figli, i miei due bambini di cui non so nulla, ancora.
E finalmente ecco, si sciolgono, si rasserenano.
Nel frattempo mi dicono che in sede è andato tutto bene, che i miei figli sono al sicuro.
Guardo le colleghe, stravolte, schiacciate dal peso della responsabilità sulla vita dei nostri alunni.
Non sono passati che cinque minuti e i primi genitori arrivano correndo.
La testa non si ferma ancora, gira che è una meraviglia, ma sotto questo profumato sole di maggio finalmente so che alla fine siamo salvi, che nulla di grave è accaduto a me o ai miei cari.
E sento, forte dentro di me, la consapevolezza che il primo TG che vedrò mi parlerà di morti e rovine.
Ma io sono qui, viva.
Non so quanto tempo dovrà passare perché queste sensazioni e queste paure mi abbandonino.
Respiro."
26.5.13
Il bambino artigiano. Un impossibile ritorno.
Segnalo questo interessante articolo "Il bambino artigiano" di Marco Carsetti, uscito sul numero 15 della rivista Gli Asini.
Grazie a Nives per avermelo fatto conoscere.
Due passi mi hanno particolarmente colpito.
Il primo:
"il lavoro-gioco che era proprio di ogni bambino si è trasformato in gioco fine a stesso senza più alcun ruolo sociale o di socializzazione, nessun riconoscimento, le scuole sono ambienti del tutto inospitali e incapaci ad accogliere il corpo, l’attività manuale, la pratica e quindi il benché minimo lavoro che abbia un senso per la vita della comunità. Già solo per aver escluso questo si può affermare che la scuola è morta e con essa ogni educazione che abbia caratteristiche simili. Senza un giardino, una cucina, laboratori artigianali, utensili e attrezzi, macchinari, un posto dove tenere e accudire gli animali, che non siano concepiti come svago o extra ma che siano il centro pulsante della vita a scuola, i bambini e i ragazzi rimarranno schiavi del verbalismo, delle lezioni, dei compiti, dei voti, del gioco fine a se stesso e il risultato sarà la mortificazione della loro spinta vitale, dello spirito."
Nella scuola il giardino spesso è inesistente o brutto o pericoloso, i laboratori artigianali sono spariti a causa delle leggi sulla sicurezza che non hanno reso affatto le scuole più sicure, ma sicuramente le hanno rese molto più noiose.
Accudire un animale? Per carità! Martelli, seghetti, chiodi? Banditi! Una cucina? Non se ne parla. Via i forni per la ceramica, via la colla a caldo... Pericoli ovunque, divieti ovunque, ali tarpate alla fantasia e alla creatività.
Siamo andati in gita scolastica, 50 bambini hanno fatto con le loro mani (e le terribili macchine per la pasta) le tagliatelle e a pranzo ce le siamo mangiate. A scuola sarebbe impossibile, con mezz'ora di pullman si può fare. C'è un senso a tutto ciò, oltre quello che tutti si devono parare le spalle perchè ormai a ogni bua parte un avvocato con una causa contro una scuola o un'insegnante?
Poi però si sogna la LIm...
"Oggi la scuola è piena di questi sotterfugi e stratagemmi che sono un insulto all’intelligenza dei ragazzi. Ultima tra queste è l’introduzione della LIM (Lavagna interattiva Multimediale) che non significa portare a scuola strumenti tecnologici o tecnici per fare ricerca scientifica, ma solo scimmiottare la realtà e replicare l’instupidimento e la passività da schermo, l’immobilità ulteriore dell’esperienza corporea. "
Sto tenendo in questi mesi molti corsi di formazione, e mi accorgo che troppi sono gli insegnanti che sono presi dall'ansia LIM, dalla frenesia del "devo imparare a usarla", senza chiedersi quali obiettivi, quali contenuti, quali competenze dovrebbero raggiungere i loro allievi. Maestre stressate e ansiose (con spesso tutte le ragioni) che a casa non hanno tempo di lavorare al computer, che non sono iscritte a nessun socialnetworks o gruppo di lavoro e di autoaggiornamento in rete, ma che vorrebbero in poche ore "saper fare cose". La stessa ansia dei bambini in prima elementare che dal primo giorno vorrebbero scrivere, salvo poi stufarsi dopo la prima settimana.
In una sala per conferenze con 100 persone davanti pochi giorni fa, dopo due ore di incontro in cui mi era stato offerto un computer e un videoproiettore, una collega arrabbiatissima si è alzata chiedendo "Quando facciamo qualcosa di pratico?".
A parte l'assurdità della domanda in quel contesto, giustamente anche le maestre vorrebbero mettere "le mani in pasta" ma anche a loro questo viene negato. E allora se è chiaro che davanti a uno schermo per 4 ore ci si annoia anche da adulti e anche se il relatore è un mago (e non è il mio caso!) perchè lo schermo della LIM dovrebbe trasformare le nostre lezioni in qualcosa di fantastico? Solo perchè a turno 27-28 bambini possono metterci le ditina sopra e spostare parole e oggetti?
Sono arrabbiata con questa scuola, sono arrabbiata con tutti quelli che hanno permesso che diventasse così, e con me stessa per non aver saputo lottare abbastanza per impedirlo.
29.3.13
Gruppi di insegnanti in Facebook. Un’indagine esplorativa su una comunità professionale
E' appena uscito il nuovo numero di Form@re, dedicato ai Social Network nello sviluppo professionale, curato Stefania Manca e da Maria Ranieri.
Si parla anche del gruppo "INSEGNANTI" da me fondato e amministrato, e che a oggi unisce 3141 insegnanti.
"Gruppi di insegnanti in Facebook. Un’indagine esplorativa su una comunità professionale"
Buona lettura! :-)
24.3.13
Didattica delle materie umanistiche con le TIC
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19.3.13
Il giorno più importante
(ANSA) - LONDRA, 19 MAR - Zainetto in spalla, rosa, Malala Yousafzai, e' tornata a scuola. La quindicenne pachistana che era stata aggredita dai talebani lo scorso ottobre per via del suo attivismo a favore dell'istruzione per le donne in Pakistan, e con il suo coraggio e la sua forza aveva commosso il mondo, ha passato oggi il primo giorno nella sua nuova scuola nel Regno Unito, a Birmingham, dove si e' trasferita con la famiglia.
''E' il giorno piu' importante della mia vita'', ha detto Malala.
Auguri giovane e coraggiosa Malala!!
Mitica Jole
Riporto qui l'articolo di Michele Serra, che trovo deliziosamente satirico
di Michele Serra
Ha 84 anni, fa la casalinga a Catanzaro ed è stata esclusa dal M5S perché non aveva il computer: ora la sua tremenda vendetta sta per abbattersi, in combutta con altre anziane di tutta Italia. Secondo un allarmante rapporto dei servizi segreti, il futuro del movimento Cinque Stelle è in pericolo. Si starebbe ramificando nel Paese una rete di resistenza clandestina controrivoluzionaria, pronta e entrare in azione qualora il Direttorio Grillo-Casaleggio prendesse il potere. Ecco gli stralci più significativi del documento dei servizi.
LA SIGNORA JOLE Il nome in codice dell'organizzazione segreta è "Jole". Prende il nome da una casalinga di Catanzaro, Jole Lauritante, 84 anni, che ha chiesto al nipote di entrare a far parte del Movimento Cinque Stelle «perché mi piace tanto Beppe Grillo», ma si è sentita rispondere «non puoi, perché non hai il computer. Preparami le polpette, chiudi la porta della mia stanza e lasciami in pace, che sto cliccando per il futuro del mio paese». Da questa risposta la signora Jole avrebbe elaborato un sentimento di esclusione mai provato prima, nemmeno quando era stata licenziata quarant'anni fa dalla Provincia perché non aveva votato Dc. Di qui un sordo rancore nei confronti del nipote e di Beppe Grillo, e il proposito di vendicarsi.
L'ORGANIZZAZIONE Con il sistema della catena di Sant'Antonio, la signora Jole scrive cinque lettere a mano, indirizzate a cinque sue amiche ottuagenarie. Ecco il testo: "Stai attenta! Beppe Grillo, se non ci hai il computter, proprio non ti considera! Manda a cinque altre tue amiche questa lettera, altrimenti sarai maledetta! Se la mandi avrai la fortuna, i soldi e la benedizione di Santa Lucia!". La signora Jole non lo sa, ma le donne anziane senza computer, e devote a Santa Lucia, costituiscono quasi il 60 per cento della popolazione italiana. Nel giro di una settimana, milioni di nemici del movimento Cinque Stelle sono in contatto tra loro, pronti all'azione.
LA RETE Origliando alla stanza del nipote, o adottando il pretesto di portargli le polpette mentre è in Web conference, la signora Jole intende che per fare politica la cosa fondamentale è "la Rete". Essendo la rete che contiene le cozze la sola a lei nota, Jole capisce che deve trovare un'alternativa molto più capiente. Con il sistema del passa parola, di pianerottolo in pianerottolo, di casa in casa, di quartiere in quartiere, milioni di anziane si mettono all'opera per costruire, a mani nude, la più gigantesca rete mai vista sotto il cielo. Un'opera al cui confronto la Muraglia Cinese è solo un modesto abuso edilizio. Unico dubbio, che rischia di dividere sul nascere il movimento di Jole: punto croce o uncinetto?
LA TRAPPOLA Infiacchiti dalle polpette, ormai sovrappeso di parecchi chili e chiusi nelle loro stanze davanti al computer, i militanti e i capi delle Cinque Stelle non se ne sono ancora accorti: appena fuori dalla porta di casa una immensa rete (in parte uncinetto, in parte punto croce) avvolge capillarmente l'Italia intera. «Sembra un immenso centrino da tavola», commenta inorridito un astronauta americano dalla sua orbita. La signora Jole tiene in mano il bandolo di partenza, appeso al suo davanzale. L'altro bandolo è a Gorizia, nelle mani di Gina Casaleggio, l'anziana zia di Gianroberto Casaleggio diventata l'ideologa del controMovimento e autrice del libro "Cento ricette per fare le polpette".
GUERRA DEI NERVI Dalle telefonate intercettate, risulta che la Jole e la Gina non hanno la più pallida idea della funzione della loro formidabile Rete. Non sanno che cos'è e non sanno a che cosa serve, anche se una delle due ha l'impressione che si tratti «di una cosa molto simile a un enorme centrino da tavola». Le due donne decidono di bluffare: contano sulla funzione intimidatoria di una Rete così smisurata. Sperano che nessuno dei grillini si faccia la domanda che, da sola, basterebbe a disinnescare la trappola, e cioè: a cosa serve la Rete?
IL FUTURO appeso a un filo.
GUERRA DEI NERVI Dalle telefonate intercettate, risulta che la Jole e la Gina non hanno la più pallida idea della funzione della loro formidabile Rete. Non sanno che cos'è e non sanno a che cosa serve, anche se una delle due ha l'impressione che si tratti «di una cosa molto simile a un enorme centrino da tavola». Le due donne decidono di bluffare: contano sulla funzione intimidatoria di una Rete così smisurata. Sperano che nessuno dei grillini si faccia la domanda che, da sola, basterebbe a disinnescare la trappola, e cioè: a cosa serve la Rete?
IL FUTURO appeso a un filo.
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